sabato 12 febbraio 2011

Ho visto Il Discorso Del Re


Bel film di Tom Hooper.
Inizio secolo, il Duca di York, (straordinario Colin Firth) secondo genito del re Giorgio V (Michael Gambon), affettuosamente chiamato Bertie dai famigliari, è affetto da un grave forma di balbuzie. La cosa potrebbe non essere così grave se non si trattasse di un componente della famiglia reale. Al suo primo discorso in pubblico, davanti a migliaia di persone, il problema si rivela in tutta la sua drammaticità. Che fare? Certo un discendente della famiglia reale non ha certo problemi a trovare i migliori logopedisti, ma nonostante tutti gli sforzi la situazione non migliora per niente e, nel Duca, comincia a serpeggiare la sfiducia e la rassegnazione. Chi non si da per vinta invece è Lady Lyon (brava Helena Bonham Carter), la consorte, innamorata e fiduciosa nelle doti del marito. E' proprio Lady Lyon che scova Lionel Logue (grandissimo Geoffrey Rush), un australiano trapiantato a Londra, che sembra ottenere risultati strepitosi nel campo della logopedia, utilizzando tecniche non proprio ortodosse. Bertie si lascia convincere, e dopo un inizio piuttosto burrascoso con lo strano e anticonformista Lionel, comincia ad ottenere i primi risultati.
Intanto sullo sfondo si disegnano gli eventi storici che porteranno alla seconda guerra mondiale. Hitler invade la Polonia. Re Giorgio V muore e David (Guy Pearce), fratello maggiore di Bertie, sale al trono con il nome di Edoardo VIII.
Bertie continua a migliorare e può cominciare a fare qualche discorso in pubblico, anche se in occasioni secondarie. Cresce anche la stima e l'amicizia per Lionel che si rivela sempre più come l'unico amico sincero che il Duca di York possieda.
Gli eventi però precipitano quando re Edoardo VIII decide di abdicare. Da tempo il re ha una relazione con Wallis Simpson (Eve Best) un donna americana divorziata. Quando decide di sposarla è costretto a scegliere fra il trono e il matrimonio; il capo della chiesa britannica non può sposare una divorziata. Segue il suo cuore e, da un giorno all'altro Bertie si ritrova re. Ora la questione si complica, la guerra che incombe, la nazione che ha bisogno di un capo, l'impero: c'è bisogno di un re che non balbetti. Lo sconforto torna a tormentare Bertie. Nonostante l'educazione rigida, vittoriana, impartitagli dai genitori, e dalle varie tate, causa in buona parte del suo handicap, il futuro re Giorgio VI è smarrito. Solo due persone sembrano essere in grado di confortarlo. La devotissima moglie e il buon Lionel che, nonostante l'allontanamento causato da un eccesso d'ira di Bertie, torna e dimostra ancora una volta di non essere soltanto un buon logopedista.
La guerra con la Germania è stata dichiarata, è la vigilia di anni terribili, non solo per la Gran Bretagna, ma per l'Europa intera. Giorgio VI sarà uno dei simboli della resistenza al nazifascismo. E' il momento di fare quel discorso alla nazione ed all'impero di cui tutti hanno bisogno.
Un film storico di ottima fattura. Personaggi sempre in ruolo che superano, a volte, la perfezione con slanci emozionanti di bravura.
Ambientazione perfetta senza troppi sconfinamenti nella retorica.
Giusto ritmo e giusta amalgama fra la vicenda di Bertie e la narrazione storica degli eventi.
Giusta dose di humor britannico, come nella battuta del re dopo il famoso discorso: "Ho dovuto balbettare qua e la durante la lettura, altrimenti non sarebbero stati sicuri che fossi veramente io".

sabato 15 gennaio 2011

Ho visto Hereafter


Meraviglioso ultimo lavoro di Clint Eastwood.
Tre storie che si intrecciano fra loro e che ruotano attorno alla morte.
Marie Lelay (bellissima e brava Cécile De France) è una giornalista francese d'assalto, si trova su di un isola tropicale quando si scatena uno tsunami che provoca distruzione e morte. Lei stessa è coinvolta e viene ritrovata priva di conoscenza. In qualche modo riportata in vita dopo un annegamento, si rende conto che negli attimi in cui era praticamente morta, ha visto l'aldilà, ha visto cosa c'è oltre la vita.
A Londra vivono due gemelli, Marcus e Jason (George e Frankie McLaren), undicenni che devono sobbarcarsi, oltre la scuola e la preadoloscenza, anche una madre drogata in perenne fuga dagli assistenti sociali. A causa di un incidente stradale però il piccolo Jason muore ed il fratellino Marcus, dei due il più timido ed introverso, si ritrova improvvisamente solo a dover trascinare tutto il fardello della loro vita.
San Francisco, all'ombra del Golden Gate, vive George Lonegan (Matt Damon, sempre molto bravo anche in una parte a lui inusuale), un sensitivo che ha il dono di comunicare con i morti e che proprio per lo stress e l'angoscia che questo gli provoca, ha abbandonato la "professione" e tira a campare facendo l'operaio al porto.
Il tranquillo tran tran di George è funestato dal fratello Billy (Joy Mohr) che non solo continua a procacciargli clienti sgraditi, ma lo esorta a riprendere la "professione" di sensitivo ammaliato dalla prospettiva di fare un sacco di soldi. George non ci sta e cerca di costruirsi una vita normale, vive solo nel suo appartamento e, per contrastare l'insonnia che lo perseguita, alla sera ascolta audiolibri di Dickens, il suo autore preferito. Si iscrive ad un corso di cucina italiana e, fra una passata di pomodoro e un soffritto di cipolla, incontra Melanie (Bryce Dallas Howard). Un invito a cena, ed ecco che la curiosità di Melanie per il passato di George viene fuori con l'immancabile richiesta di una seduta, nonostante gli avvertimenti di George, che riporterà alla luce i drammi più nascosti della ragazza che sparirà dal corso di cucina e dalla vita di George.
A Parigi intanto le cose non vanno meglio, la bella Marie tornata al lavoro è sempre più ossessionata da quanto visto durante il breve momento di non vita dopo l'annegamento e questo si ripercuote pesantemente sul suo lavoro. E' distratta e disattenta. Il suo capo, nonché amante, le consiglia un periodo di riposo, magari l'occasione per cominciare a scrivere quel libro su Mitterand, che tanto le sta a cuore.
Londra. Marcus, rimasto solo, non si da pace, non ce la fa proprio a vivere senza il fratellino a fianco. Anche gli assistenti sociali inveiscono perché lo affidano ad una famiglia togliendolo alla madre che finalmente sembra decisa a disintossicarsi. Marcus è assillato dal desiderio di comunicare con Jason e si mette in contatto con tutta una serie di ciarlatani che promettono di poter mettersi in comunicazione con i morti, naturalmente spillandogli quelle poche sterline che si è procurato sottraendole ai genitori adottivi.
Marie ha trovato un editore disposto a pubblicare il suo libro storico su Mitterand, ma le ricerche per la stesura, cominciano presto a virare verso le indagini sulla vita oltre la morte che la portano a scoprire un mondo di studi e di prove sull'esistenza dell'aldilà. Ormai il libro sul vecchio presidente francese viene definitivamente messo da parte, e Marie si presenta dall'editore con la stesura dei primi capitoli del suo libro sulla morte. L'editore naturalmente lo rifiuta, ma da brav'uomo qual'è, la indirizza verso un altro editore che è ben lieto di pubblicarlo. La gioia di Marie però è destinata a durare poco, il suo capo/amante le fa capire che il suo posto di lavoro non l'aspetta più e che è già stata sostituita sia alla scrivania che nel suo letto.
Guarda a volte il destino, a San Francisco, George non se la passa molto meglio anche lui viene licenziato per esubero e si ritrova a spasso. Per Billy, il fratello, non c'è occasione migliore, è il caso di tornare a comunicare con i morti. Organizza tutto quanto, ufficio, studio, ecc., ma proprio il giorno dell'apertura George decide di lasciare tutto un'altra volta per volare a Londra e andare a ritrovare i luoghi dove si svolgono le storie del suo amato Dickens.
A Londra arriva anche Marie dove dovrà presentare il suo libro alla fiera libraria della capitale inglese.
E a Londra, sappiamo, vive anche il piccolo Marcus in perenne ricerca.
Nel finale del film i tre protagonisti si troveranno e in qualche modo ognuno di loro risolverà la propria vita forse non proprio come aveva sperato.
Un film davvero bello, delicato e lieve. Un argomento non facile che la classe straordinaria ed il proverbiale understatement di Clint Estwood ha allontanato dalle solite banalizzazioni e dagli stereotipi. Il ritmo serrato del film e la durata perfetta 129 minuti fanno il resto.
Unica pecca davvero insopportabile, la scelta della moquette sulle scale della casa di George a San Francisco.

lunedì 3 gennaio 2011

Ho visto Gorbaciof


Film del regista Stefano Incerti.
Marino Pacileo, detto Gorbaciof (bravo Toni Servillo), è il contabile del carcere di Poggioreale. Tutti i giorni maneggia i soldi versati dai parenti dei detenuti. Durante il trasferimento delle banconote alla cassaforte, alcune di esse restano appiccicate alle capaci mani di Gorbaciof che non ha altro vizio se non quello del gioco. Un vizio che si finanzia con lo stratagemma di prelevare appunto somme di denaro dalla cassa, andarseli a giocare al tavolo del poker, e poi, quando le serate vanno bene, rimetterli nella cassa prima che qualcuno se ne accorga. Qualcuno però se ne è accorto da tempo, Vanacore (Nello Mascia) sovraintendente delle guardie carcerarie, non perde occasione per fare battutine insinuanti alla volta di Gorbaciof e del suo vizietto.
La vita solitaria e decisamente squallida del protagonista, si trascina stancamente giorno dopo giorno, partita dopo partita con delle puntate anche alla sala scommesse ed al tavolo del Bingo. E' il poker però il centro dell'interesse di Gorbaciof, un tavolo da gioco clandestino che si trova nel retrobottega di un ristorante cinese. Le somme giocate sono piuttosto alte e quindi anche le perdite sono ingenti, fra gli assidui giocatori c'è l'Avvocato (Geppy Geijeses), uno che perde raramente e che ha, oltre una situazione economica più che stabile, una guardia del corpo che lo protegge e, soprattutto, riscuote i debiti. Altro componente del tavolo è il proprietario del ristorante (il giapponese Hal Yamanouchi), sicuramente più sfortunato al gioco dell'avvocato. Quando i suoi debiti cominciano a diventare pesanti, l'avvocato mette gli occhi su Lila (Yang Mi) la figlia. Su di lei però gli occhi li ha messi anche Gorbaciof, che, per evitare guai alla bella Lila, paga di nascosto i debiti del padre. Ormai però Lila è in pericolo, prima o poi il padre, rapito dal demone del gioco, potrebbe costringere la figlia a prostituirsi.
Comincia a nascere una reciproca intesa fra Lila e Gorbaciof, un'intesa fatta di sguardi perché Lila parla soltanto mandarino e Gorbaciof parla poco e basta. Lila però è affascinata da quest'uomo che le presta attenzione senza chiedere nulla in cambio. Comincia a scoprire in lui una sorta di tenerezza, nascosta profondamente sotto la dura scorza del giocatore incallito e disilluso. Lui riesce a sorprenderla continuamente. La prima volta che lui la porta fuori dal locale del padre e da una vita fatta di casa e lavoro, finiscono nei corridoi dell'aeroporto, lei dentro un carrello bagagli e lui dietro a spingere. Poi le fa visitare lo zoo di notte, forzando un cancello.
La vita del misogino e solitario Gorby sta cambiando a velocità sorprendente tanto che lui decide di abbandonare tutto, prendere un aereo con lei e andare via. Ma ci vogliono soldi. Bisogna ripianare i debiti con l'avvocato e con Poggioreale, e poi ci vogliono i soldi per i biglietti e per farsi una nuova vita. Sarà l'ineffabile Vanacore a trovarglieli, ma per averli, Gorbaciof, dovrà varcare la soglia della criminalità che, fino ad allora, non aveva mai avvicinato.
Arriviamo così, a passi pesanti, all'epilogo decisamente scontato della storia.
Un film decisamente sotto tono per il pur bravo Servillo. Una trama trita e ritrita con grossi buchi che lasciano lacune di incomprensione. Anche il ritratto di una Napoli multietnica forse meritava qualche approfondimento in più.
Insomma un film indifferente che si regge traballando, soltanto su un bravo attore.
Uscendo dal cinema si resta senza parole, contagiati dai silenzi manieristi di Gorby.

lunedì 13 dicembre 2010

Ho visto Incontrerai L'Uomo Dei Tuoi Sogni


Ultima uscita per il super prolifico Woody Allen.
Londra. Una squadra di personaggi, legati da sempre più labili legami familiari, ruotano attorno ad Helena (Gemma Jones) attempata signora un po' svampita, un po' credulona e un po' alcolista, madre di Sally (bellissima e bravissima Naomi Watts) ed ex moglie di Alfie (imbarazzante Anthony Hopkins). Helena, lasciata fresca fresca dal marito Alfie, terrorizzata al pensiero della solitudine si affida completamente alla veggente Cristal (Pauline Collins) che, leggendo nel futuro, la conforta e la tranquillizza sull'incontro di un nuovo amore. Sally, la figlia con i piedi per terra, lavora in una famosa galleria d'arte ed sposata con Roy (bravo Josh Brolin), un medico che ha preferito dedicarsi alla scrittura e che dopo un primo romanzo di successo sembra aver perso la vena creativa. Riescono a cavarsela grazie alle sovvenzioni economiche di mamma Helena e, per questo, sono costretti a sopportare le sue improvvise apparizioni nel loro appartamento ed il prosciugamento della loro scorta di alcool. Alfie, l'ex marito, invece si dedica alla cura del corpo cercando di riconquistare la giovinezza ormai svanita da tempo e, nella foga di riuscirci, sposa Charmaine (Lucy Punch) una sventolona con un terzo dei suoi anni, un corpo mozzafiato e un passato da attrice/ragazza squillo.
Mentre Helena sprofonda sempre di più nella paranoia divinatoria di Cristal, Sally si accorge che il suo datore di lavoro, Greg (Antonio Banderas) è bellissimo e che, se non fosse una donna sposata, di certo si farebbe avanti. Una sera lui la invita a teatro e Sally si immagina che anche lui provi gli stessi sentimenti. Roy, il marito, ha appena consegnato il manoscritto del suo ultimo romanzo e aspetta ansiosamente il verdetto dell'editore. Passa il tempo gironzolando per casa in snervante attesa fino quando, dalla finestra, vede nel palazzo di fronte una ragazza intenta a suonare la chitarra. Il suo nome è Dia (bellissima Freida Pinto), figlia di un critico letterario nonché fidanzata con un giovane diplomatico in carriera, ma non per questo restia a flirtare con Roy.
Alfie, bello cotto della sua Charmaine, sembra aver perso il lume della ragione, gioielli, pellicce, vestiti, un appartamento con vista strepitosa, e mentre il conto in banca si assottiglia sempre di più aumenta il consumo di Viagra.
Roy finalmente riceve notizie sul suo manoscritto, viene rifiutato. Crisi, sogni infranti, depressione che si rovesciano inesorabili sulla povera Sally. Ma succede l'imponderabile, un amico di Roy, anch'egli scrittore, viene coinvolto in un incidente e dato per morto. Il nostro scrittore fallito è l'unico ad aver letto il manoscritto dell'amico trovandolo ottimo. Senza pensarci troppo lo ruba e lo fa leggere al padre di Dia, che lo trova buono, e lo presenta all'editore che, entusiasta, lo pubblica.
Sally scopre che il bel Greg dal matrimonio in crisi, si innamora di una sua amica pittrice che lei stessa gli ha presentato. Altra crisi, ma, questa volta, viene in aiuto una vecchia amica che convince Sally ad aprire una galleria con lei. Entusiasta della proposta si precipita dalla madre, che nel frattempo ha incontrato Jonathan (Roger Ashton-Griffiths) un libraio specializzato in occultismo, e le chiede un finanziamento per partire con il suo nuovo progetto.
Alfie, viene informato da Charmaine di essere in procinto di diventare padre, proprio quando scopre che la mogliettina lo tradisce con l'aitante istruttore della palestra.
Ormai ci si avvia al finale, prevedibile ma divertente. L'intreccio delle storie si dipana completamente lasciando ognuno solo davanti la proprio destino.
Un bel film sulle illusioni. Le illusioni che tutti i personaggi nutrono verso il futuro e che nessuno, neanche la cartomante Cristal riesce a vedere.
Il cinico Woody propina uno dei suoi decotti di malinconia senza tenere troppo in considerazione lo spettatore. I personaggi sono imprigionati in ruoli decisamente stretti, una piccola galassia che continua a girare in tondo senza via di scampo.
Il film ha un buon ritmo anche se la durata di un'ora e mezza abbondante potrebbe, senza rischi, scendere di una decina di minuti.
La bravura di Naomi Watts è perfettamente controbilanciata dalla pettinatura di Josh Brolin.

sabato 20 novembre 2010

Ho visto The Social Network


La storia di come Mark Zuckerberg ha fondato/inventato Facebook.
Il giovane nerd (sfigato e brufoloso studente di college) Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) è un talento nella programmazione dei computers, ma è una vera frana con le ragazze. La sua fidanzata, Erica Albright (Rooney Mara), giusto all'inizio del film, lo molla, lo avrebbe mollato chiunque da quanto è logorroico ed egocentrico. Tornato nella sua stanzetta al college, Mark, ferito dalle parole di Erica, scrive sul blog dell'università peste e corna sulla sua ex fidanzata. L'odio per l'altro sesso in quel momento è al massimo, nessuna delle ragazze del college si salva, sono tutte uguali, vanno punite. Come? Da bravo programmatore di computers, Mark decide di inventarsi un giochino da mettere nella rete del campus. Due foto di ragazze prese dall'annuario del college una di fianco all'altra in modo che si possa votare chi è la più carina. Per realizzare questo programmino Mark ha bisogno di un algoritmo (procedimento che consente di ottenere un risultato utilizzando passaggi semplici) da applicare al suo programma. L'amico (unico) e compagno di studi Eduardo Saverin (Andrew Garfield) prontamente gli scrive l'algoritmo su un vetro della finestra. Ben presto il giochino diventa il must dell'college e le connessioni aumentano a vista d'occhio.
Nella vicina Harvard (esclusivissima università americana), i due fratelli gemelli Winklevoss (Armie Hammer e Josh Pence) con l'amico Divya Narendra (Max Minghella), hanno l'idea di creare una specie di pagina di presentazione per gli studenti della loro università, in modo di favorire gli incontri e condividere esperienze. Ingenuamente chiedono aiuto a Mark Zuckerberg, che prima accetta poi si fa negare ed alla fine gli frega l'idea gettando le basi per Facebook.
Per partire però ci vuole anche qualche soldino, Mark chiede a Eduardo che ci mette i primi mille dollari. La società è formata.
Il programma gira all'interno delle università ed è ad esclusivo uso degli studenti, quindi il calcolatore Mark comincia a esportare l'idea su altre reti universitarie "invadendo" ben presto l'America.
Durante un viaggio a New York per trovare qualche piccolo sponsor, la nostra coppia, Mark ed Eduardo incontrano niente meno che Sean Parker (Justin Timberlake, forse più adatto a cantare) l'inventore di Napster il programma che permette di scaricare musica gratis dalla rete, e per questo fatto chiudere dalle mayor discogafiche. Sean intravede subito la grandissima potenzialità di Facebook e fa di tutto per entrare nell'affare mettendosi in mezzo fra Mark ed Eduardo. Il gioco riesce e con l'aiuto di Sean, Facebook diventa una macchina per fare soldi. Ma non tutto funziona perfettamente, sia Eduardo che i fratelli Winklevoss con Divya Narendra, fanno causa a Mark Zuckerberg. Comincia così una battaglia fatta di avvocati e vari scambi di accuse per decidere chi veramente ha avuto l'idea e chi è in società con Mark.
Sean intanto, ora che i soldi veri arrivano in tasca, si abbandona a feste a base di ragazze e droga. La polizia lo becca e Mark, prontamente lo scarica.
La fine della storia non è ancora stata scritta, Facebook è il social network più frequentato del mondo e in quattro o cinque anni, partendo dalla stanza di uno studente sfigato e incattivito con l'altro sesso, fattura 24 (ventiquattro) miliardi di dollari.
Una storia contemporanea, come tante altre successe nel mondo di internet, impossibile nel nostro paese, dove le università sono come dei vecchi bauli polverosi dove nulla accade senza la benedizione dei baroni impaludati, e dove i lacci delle leggi e della burocrazia più ottusa non permette neanche di avere la rete Internet libera e raggiungibile da qualsiasi luogo.
Ma anche la storia di un ragazzino pieno di problemi che fa quasi tenerezza, ma che non esita un attimo a diventare il cinico affarista pronto a liberarsi di tutto quello che può rallentare la sua corsa.
Film discreto che ha la sua forza nel ritmo che, pure nella durata di due ore, non si perde mai in strade a fondo cieco.

domenica 7 novembre 2010

Ho visto Salt


Adrenalinico film con Angelina Jolie.
La bella Evelyn Salt (Angelina Jolie) sotto la copertura di donna d'affari, nasconde la dura scorza di agente segreto operativo della CIA. Dopo essere stata acchiappata dai nord coreani e torturata in tutti i modi, senza che lei si lasci scappare neanche una parola, viene liberata con uno scambio di prigionieri. Finalmente il ritorno a casa, al tranquillo tran tran di spia, e dal maritino, Mike Krause (August Diehl), un aracnologo tedesco conosciuto in una precedente missione.
Un bel giorno capita negli uffici della CIA un russo, Orlov (Daniel Olbrychski), che dice di essere una vecchia spia del KGB con succose informazoni da rivelare. E' proprio l'agente Salt ad interrogarlo, ed ecco la rivelazione. Durante la guerra fredda in Unione Sovietica, venivano prelevati dei neonati da famiglie inconsapevoli, portati in un lontano ex monastero in Siberia ed educati ad essere dei perfetti americani. Una volta pronti venivano mandati negli USA per inserirsi nei punti nevralgici della società americana. I cosiddetti "agenti dormienti" dovevano poi, ad un preciso ordine, agire e scatenare la guerra delle guerre. Orlov confessa infine che il primo obiettivo sarà il presidente russo in visita a New York per un funerale e che l'agente dormiente che lo assassinerà sarà proprio Evelyn Salt. Sgomento fra le file dei servizi segreti americani. William Peabody (Chiwetel Ejiofor) agente del controspionaggio, crede al russo e decide di arrestare Salt. Ted Winter (Liev Schreiber) collega e amico di Evelyn, decide di crederle e aiutarla.
Qui comincia la rocambolesca avventura di Evelyn che, braccata da tutti quanti, deve riuscire a sgusciare come un'anguilla. Scappa e arriva a New York giusto in tempo per sparare al presidente russo. Si dilegua nuovamente e si riunisce a Orlov e agli altri infiltrati, suoi fratelli al monastero. Qui le viene comunicata la seconda parte del piano: uccidere il presidente degli Stati Uniti e scatenare la terza guerra mondiale. Mica poco per la nostra donnina. Travestita da ufficiale dei marines e con l'aiuto di un altro infiltrato, entra alla casa bianca. Arriva fortunosamente alla famosa sala di crisi, dove ci sono tutti i bottoni, e si trova davanti quello che nessuno si aspetta.
Un bel film d'azione senza troppe pretese, ma realizzato bene. Una storia che fila senza buchi o salti. Belle le scene dinamiche non esagerate e pertanto verosimili. Anglina è brava ma un po' dimessa, dimagrita tanto da far risaltare esageratamente i famosi labbroni. Durata perfetta, 100 minuti che non si avvertono. Qualche piccola caduta qui e là, come lo sfilarsi le mutandine di pizzo nero per coprire l'obiettivo di una telecamera di sorveglianza, ma niente di grave.
Insomma un film godibile con un finale imprevedibile, un ora e mezza di sano relax.
La buona vecchia Tomb Rider è tornata.

sabato 2 ottobre 2010

Ho visto La Solitudine Dei Numeri Primi


Complicato film di Saverio Costanzo tratto dal libro, omonimo, di Paolo Giordano.
Si narra, non senza fatica, l'intreccio delle vite di due singolari personaggi, Alice e Mattia, durante le fasi più drammatiche della loro esistenza.
Alice (interpretata alternativamente da Martina Albano, bambina, Arianna Nastro, adolescente e dalla brava Alba Rohrwacher, adulta), avuto un incidente con gli sci da piccola e, per questo, rimasta zoppa, vive l'adolescenza faticosamente. Bersaglio degli scherzi legati al suo handicap, delle compagne di scuola, sciocche e crudeli, con un padre (Roberto Sbaratto) tanto impegnato nel lavoro che non la vede quasi e una madre (Giorgia Senesi) depressa e disinteressata da quanto la circonda. Con una vita del genere appena la compagna di scuola Viola (Aurora Ruffino), bella e desiderata, la prende in simpatia, ma soltanto per alimentare il suo egocentrismo, e la coinvolge nella sua vita, meravigliosa agli occhi di Alice, la protagonista vede il mondo tornare di un rosa acceso e tutti i suoi dubbi e le sue angoscie sparire.
Mattia (bambino, adolescente ed adulto intrpretato alternativamente da Tommaso Neri, Vittorio Lomartire e Luca Marinelli) vive un dramma di ben altra portata. Mattia ha una sorella gemella con gravi problemi di comportamento. I genitori (la madre, una bravissima Isabella Rossellini) fanno di tutto per dare alla bambina una vita normale e spingono continuamente il piccolo Mattia di otto anni ad essere responsabile della sorella. Invitato ad una festa di compleanno da un compagno di scuola, il piccolo Mattia, costretto a portarsi dietro l'ingombrante sorella, decide, di lasciarla al parco su una panchina ed andare alla festa da solo, finalmente libero di essere un bambino e non un "bravo ometto". Naturalmente va a finire male e la sorellina sparisce. Questo il fardello che Mattia si trascina dietro fin dall'infanzia; prima in una adolescenza solitaria e scontrosa e poi nella giovinezza, dove l'unica salvezza sta nello studio compulsivo che lo porterà a diventare uno stimato ricercatore.
I due si incrociano per la prima volta nell'atrio del liceo che frequentano, ed è Alice a notare Mattia, leggendogli negli occhi quel disagio che le è così familiare. Lui però sembra non vederla neppure. Sarà Viola, (personaggio paricolarmente complicato ed ambiguo, che forse meritava più spazio) a far sì che i due si incontrino ad una festa. Da quel momento comincia a crearsi un rapporto quasi clustrofobico e angosciante fra i due ragazzi che non sfocerà mai nell'amore e non sarà capace di liberare i dolori passati e quelli ancora a venire.
Adulti i due si separano, Alice si sposa e Mattia va in Germania a lavorare, ma il legame profondo e anomalo dei due li porterà all'intenso finale.
Il film è una specie di complicato puzzle che viene composto da Costanzo con un uso continuo di flashback e flashforward. Il tutto fa sì che si generi una sensazione di grande disagio di fronte ai personaggi, puntigliosamente impegnati a sfuggire da ogni occasione di felicità.
La lunghezza, che certo non aiuta, 118 minuti, e il finale che subisce una battuta d'arresto del ritmo, già non caraibico del film, rendono il prodotto piuttosto difficile e serve la boccata di aria fresca, fuori dalla sala cinematografica, per disperde il senso di insopportabile pesantezza.

sabato 25 settembre 2010

Ho visto Somewhere


Bello, elegante ed impalpabile l'ultimo film di Sofia Coppola, premiato a Venezia.
Johnny Marco (bravo Stephen Dorff) è un attore specializzato in films d'azione, famoso non tanto per il suo talento, quanto per il suo sex appeal. Un genere d'attore di cui, ultimamente Hollywood sembra abbondare. La sua vita si trascina stancamente, tra feste, ragazze bellissime e ampiamente disponibili, giri con la sua Ferrari (nera, per accentuare il tamarro che c'è in lui) e qualche impegno di promozione cinematografica. Vive, tanto per rimarcare la sua natura sradicata, in un albergo, il Chateau Marmont, un famoso albergo di Los Angeles dove abitano alcuni divi. Una vita tutto sommato piacevole ed estremamente vuota. Ormai tutto lo annoia, non si diverte più, pover'uomo, è svogliato e stanco tanto da riuscire ad addormentarsi con la testa fra le gambe (lunghissime) di una sventolona bionda. Il nostro però ha anche una ex moglie, Kate (Caitlin Keats) ed una figlia di undici anni, Cleo (la splendida e bravissima Elle Fanning). Il rapporto con la figlia è quello classico che ci si aspetta da un uomo così, lontano, assente e poco attento, anche se lei non sembra farci caso.
La vita di lui dunque si trascina fino al giorno in cui Kate, che decide di andarsene a cercare sé stessa, lascia Cleo in custodia da lui per alcune settimane prima dell'americanissimo campo estivo. Il babbo si trova così la vita invasa da questa giovinetta che non solo vuole vivere e crescere, ma lo vuol fare nel modo più entusiasta possibile (non a caso ogni volta che si muove, saltella). Johnny guarda ma non capisce, è stupito da quanto sta accadendo e, dopo una prima fase di guardingo distacco, si lascia prendere dalla tranquilla energia della piccola Cleo. Insieme vanno a Milano, Johnny deve ritirare un telegatto, e lì, Cleo, sperimenta la vita della star, fra suite d'albergo con piscina e premiazioni kitsch e volgari (in cui le stellette della televisione italiana eccellono, nel film la Ventura, Nino Frassica ed una tristissima Valeria Marini) e starlette (Laura Chiatti) che si infilano nel letto del bel Johnny.
Insieme scappano da Milano, tornano a Los Angeles alla vita di sempre, ma ora Johnny comincia ad avere un riguardo particolare per la presenza di Cleo e, pur non mettendo del tutto la testa a posto, si accorge di esistere.
Finalmente arriva la partenza per il campeggio. Johnny decide di accompagnare in auto Cleo fino nel Nevada dove dovrà passare due settimane. Durante il viaggio la ragazza scoppia a piangere, ha paura che la madre non tornerà e, considerato il padre, si sente completamente persa e sola. Lui non dice nulla, non tira fuori frasi di circostanza per consolarla, ma la abbraccia. Forse è proprio in questo momento che avviene il cambiamento nel cuore dell'uomo/ragazzino. Tornato in città decide di lasciare l'albergo definitivamente e riparte con l'auto, esce dalla metropoli e si dirige in campagna, dove abitano ancora i suoi genitori, fra infiniti campi di grano si ferma, scende e sorride.
Un film davvero bello. Corto il giusto, 98 minuti. Forse pecca un po' di ritmo, un pochino lento, ma viene tutto perdonato dalla ricchezza di particolari delle inquadrature, che da sole valgono mezzo film. Gli attori sono tutti bravi e brava è Sofia Coppola che non indugia mai nell'ovvio, lo stesso Johnny, in fondo, non è del tutto come ce lo si aspetta.
Si esce dal cinema con la sensazione che tutti i momenti del film siano valsi a qualcosa, anche la scena iniziale, quando si sentono i ticchettii del motore Ferrari che si raffredda.

sabato 11 settembre 2010

Ho visto The American


Atmosfere cupe per George Clooney diretto dal regista "rock" Anton Corbijn.
Il bello e tenebroso Jack (George Clooney) si trova in una landa desolata e innevata della Svezia con una ragazza, naturalmente bella, sono soli in una casetta in mezzo alla neve. Un mattino, spensieratamente a spasso in mezzo al nulla, vengono assaliti da due killers. Jack li stende ambedue e poi, inaspettatamente fredda anche la bella. Da subito si capisce che il protagonista nasconde qualcosa, qualcosa di grosso.
Ora siamo a Roma dove Jack arriva in treno (dalla Svezia a Roma in treno getta qualche ombra sulla sanità mentale del protagonista). Qui si mette in contatto con un losco personaggio un certo Pavel (Johan Leysen), che gli fornisce un posto dove nascondersi, un paesino in mezzo agli appennini abruzzesi. Qui, Jack, non incontra molta gente, il paese sembra deserto e la poca gente guarda con sospetto, nella migliore tradizione dello stereotipo dei paesi italiani visti dagli stranieri. Incontra e instaura uno strano rapporto con il prete del paese Padre Benedetto (Paolo Bonacelli), presentandosi come fotografo di paesaggi. Ma ecco che il dovere lo chiama. Arriva una (naturalmente bellissima) ragazza che gli ordina la costruzione un fucile con delle caratteristiche particolari e Jack, si mette all'opera per prepararlo. Altro che fotografo! Il bel Jack, è una specie di meccanico per killers. Frugando qua e là recupera ferri vecchi e pezzi di motore e, nella tranquilla solitudine della sua casetta, si mette ad allestire l'arma per la bella cliente.
Jack è finito in Abruzzo per nascondersi e stare solo, ma si sa la carne è debole e quindi il nostro cala a valle e finisce in una improbabile casa d'appuntamenti dove incontra la bella e conturbante prostituta Clara (una poco a suo agio, Violante Placido). I due si innamorano, fanno sesso a paletta, ma si innamorano. Quindi Jack decide di smetterla con il suo lavoro da cattivo (anche il prete ci mette del suo). Chiama Pavel e gli comunica che questa sarà l'ultima consegna, poi se ne andrà in pensione. Il losco Pavel acconsente. Clara e lavoro, Jack non pensa ad altro, se non che ecco risbucare un killer svedese che lo trova e vuole farlo secco, ma Jack ne sa una più dello svedese (che pare abbastanza pollo per essere un killer professionista) e lo fredda senza tanti complimenti. Siamo arrivati al finale. Il fucile è pronto. Jack si sente libero di lasciare tutto con la sua bella Clara. Le cose però riservano un'ultima sorpresa.
Film decisamente sconclusionato. Storia che fa acqua da tutte le parti. Clooney depresso e triste, un po' svogliato. Si capisce il desiderio di dare una mano alle zone terremotate dell'Abruzzo, ma forse si poteva tirar fuori qualcosa di meglio. Il regista, fotografo di musicisti rock alla sua seconda esperienza cinematografica, ha creato delle atmosfere davvero cupe e lugubri, dove anche i rari raggi di sole sembrano lì per caso.
La bella Violante, spesso generosamente nuda, ha un pochino di cellulite.

lunedì 14 giugno 2010

Ho visto La Regina Dei Castelli Di Carta


Ultimo capitolo della trilogia Millenium del regista svedese Daniel Alfredson.
Storia estremamente complicata. Dopo le vicissitudini vissute nei primi due films, Uomini che odiano le donne e La ragazza che giocava col fuoco, la protagonista Lisbeth Salander (una abbastanza sconvolta Noomi Rapace), è ridotta piuttosto male. Una pallottola in testa, un braccio e una gamba malmessi, un processo incombente per tentato omicidio e un paio di personaggi che vogliono ucciderla. Per dipanare questa non facile situazione si aggiungono alla vecchia conoscenza, il giornalista Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist), la di lui sorella avvocato dal bizzarro cognome italiano, Annika Giannini (Annika Hallin), la redazione intera della rivista Millenium, con in testa la direttrice e amante (?) di Mikael, Erika Berger (Lena Endre ) e i servizi segreti svedesi.
I cattivi sono tanti e determinati: servizi segreti deviati, lo psichiatra pedofilo che l'aveva iternata in manicomio da bambina e abusato di lei, il fratellastro di Lisbeth, una specie di montagna di muscoli insensibile al dolore e indistruttibile, che non si capisce bene perché la voglia uccidere. Insomma una vitaccia per Lisbeth che deve anche subire un processo in cui tutto sembra contro di lei, almeno fino ai colpi di scena finali, quando tutto si chiarisce e lei torna libera. Giusto per ritrovarsi ancora nei guai fino al finale scontato e improbabile.
Un film lungo e complicato che necessita assolutamente la visione dei due capitoli precedenti. Anche così però diventa difficile seguire la trama, a meno di non possedere una memoria da Pico della Mirandola.
Il ritmo del film è buono, ma la lunghezza stronca e la trama costringe a costante concentrazione. Inoltre la sceneggiatura ha dei buchi e alcuni particolari sono incredibili. Certo portare il librone di Stieg Larsson sullo schermo non deve essere cosa facile, ma un pochino più di attenzione allo spettatore ci andrebbe.
Gli attori sono mediamente bravi anche se danno al film un carattere più televisivo che cinematografico. Un commento a parte merita Noomi Rapace, la sua interpretazione è certamente superlativa. L'aspetto androgino, il corpo ricoperto di tatuaggi, il fisico da folletto muscoloso, fanno di lei Lisbeth Salander la punk/hacker inafferrabile. Non potrebbe essere nessun'altra. Ci si domanda se, come spesso accade, finirà anche lei prigioniera del suo personaggio. A meno che a qualcuno non salti in mente di fare un film biografico su Prince.

martedì 8 giugno 2010

Ho visto Draquila


Documentario desolante di Sabina Guzzanti.
Racconto puntuale, anche se un po' accanito di una delle tante vergogne che alloggiano nel nostro paese.
Non c'è molto altro da dire, chi legge abitualmente una certa stampa queste cose le conosce già tutte, ma il film riserva anche qualche sorpresa, certo vederle su di uno schermo con altra gente intorno che commenta sbigottita, è tutta un'altra cosa.
Il ritmo incalzante, senza tregua, ne fa un documento giornalistico, ma questa caratteristica è anche l'indiscutibile pregio del film.
Un film che dovrebbero vedere obbligatoriamente tutti gli italiani, superando, uscendo dalla sala, il profondo senso di vergogna per guardare in faccia la realtà.

venerdì 28 maggio 2010

Ho visto Cosa Voglio Di Più


Dramma e passione incontrollabile nel film di Silvio Soldini.
Anna (Alba Rohrwacher, inaspettatamente sexy) è una trentenne italiana fortunata, un lavoro gratificante, una famiglia unita, un compagno (Giuseppe Battiston) poco stimolante, ma innamorato. Insomma una vita che molti giovani italiani disoccupati o sfruttati, in lotta con il mutuo, si sognano. Pendolare, si muove in una Milano centro/periferica, che il regista (milanese) si dimentica di mostrarci. Il parto di sua sorella le fa, per un momento, pensare di avere un figlio, quasi fosse il coronamento della sua esistenza borghese.
Domenico (Pierfrancesco Favino, bravo confermato) è un calabrese trapiantato a Milano, sposato con due figli piccoli, conduce una vita altrettanto normale lavorando per una società di catering. Qui i problemi di soldi sono più marcati. I figli costano e le mamme insistono.
I due si incontrano fortuitamente alla festa organizzata per il pensionamento di una collega di Anna, dove lui è cameriere. Scambio di sguardi, poche parole e, come nella migliore tradizione dei film porno, scatta una passione sessuale, incontrollabile. Un rapporto furioso quasi senza dialogo, che finisce, dopo vari tentativi sfortunati in ufficio e in un portone, in una tristissima stanza di motel dell'hinterland milanese, tapezzata di specchi e drappeggiata di sete e velluti.
Il passaggio dal sudore del corpo ai sospiri d'amore avviene senza che nessuno in sala se ne accorga. Tutto diventa più complicato e le paure e le ansie dell'amore creano un effetto elastico, prima molla uno, poi l'altra, in un esasperante tira e molla. Alessio, compagno di Anna, sorprendentemente, non sembra comprendere le inquietudini di lei. Miriam (Teresa Saponangelo) moglie di Domenico, invece comprende eccome e, dopo una sfuriata, caccia il marito di casa.
I nostri amanti allora si allontanano. Piano piano ritornano nei loro gusci. Domenico, ottiene qualche soldo in più dal datore di lavoro permettendo così alla figlia più grande di frequentare un corso di danza, e anche con la moglie le cose sembrano andare meglio. Anna però è sempre inquieta e nervosa e, nonostante gli sforzi non riesce a riacquistare l'equilibrio perduto. E conoscendo il compagno asessuato la cosa non ci stupisce.
A questo punto il film si trascina, inesorabilmente lento. D'un tratto, schermo nero, ed ecco, i nostri due si ritrovano insieme in una imprecisata località del nord Africa. Mano nella mano girano per il suk come due sposini in viaggio di nozze.
Ci si chiede cosa sia successo durante quell'attimo di schermo nero. Scopriremo soltanto che lui ha inventato la solita balla alla moglie per andarsene qualche giorno, mentre lei ha raccontato tutto al povero Alessio, che ha questo punto diventa il vero eroe della storia. Giorni meravigliosi per i due, ma c'è un ma. Alla vigilia della partenza, lei, donna con i piedi per terra, insiste per sapere cosa succederà una volta tornati a casa.
Il finale sbrigativo del film lo rivelerà nel modo che forse pochi si aspettano.
Due ore son veramente troppe, in alcuni tratti il film è davvero di una lentezza insopportabile, le inquadrature del viso di lei che guida la macchina alla ricerca del motel sono sbadigliosissime.
Buona la fotografia di Ramiro Civita. Le scene di nudo ben fatte e mai volgari. Una versione di Alba Rohrwacher inaspettata,

martedì 11 maggio 2010

Ho visto Soul Kitchen


Commedietta tedesca diretta da Fatih Akin.
Si racconta di un giovane greco Zinos (Adam Bousdoukos), che possiede un ristorante in un fatiscente ex edificio industriale di Amburgo, una clientela abituata alla sua cucina di gran classe, pesce fritto, crauti e wurstel, e un fratello ladruncolo, in galera. Il nostro ha anche una fidanzata, la bella e altolocata Nadine Krüger (Pheline Roggan in cui la bellezza è inversamente proporzionale alla bravura).
Zinos si arrabatta con il suo tran tran, pochi soldi tanto lavoro, con l’aiuto di due svogliati camerieri Lucia (Anna Bederke una Uma Turman teutonica, brava) e Lutz (Lukas Gregorowicz). Ma ecco, proprio dietro l’angolo, il solito destino malvagio. Nadine se ne parte per la Cina come corrispondente in un non meglio specificato giornale. Illias (Moritz Bleibtreu, bravo), il fratello ottiene il permesso di uscire di prigione per qualche ora a patto che si trovi un lavoro, e chi può assumerlo se non il buon fratello, portandosi in casa un sacco di pasticci. Thomas Neumann (Wotan Wilke Möhring), un vecchio amico d’infanzia, agente immobiliare, mette gli occhi sul suo ristorante e gli propone di vendere. E come se non bastasse, arriva anche un ernia al disco che lo mette ko.
E adesso cominciano i guai. La fidanzata continua a pregarlo di raggiungerlo in Cina, esasperandolo. Il fratello non alza un dito al locale, anzi ci porta i suoi compari, ladruncoli di polli. L’amico immobiliarista senza scrupoli, davanti ai continui dinieghi alla vendita, gli manda, prima una visita fiscale e poi una del servizio d’igiene. Zinos non molla, incontra un cuoco di alta cucina disoccupato e lo convince a lavorare per lui. Dopo qualche esilarante falsa partenza, il Soul Kithcen, comincia ad essere conosciuto diventando un locale di tendenza che attira una folla di giovani da tutta Amburgo. Gli affari girano e Zinos può aggiustare i suoi conti con il fisco e l’ufficio d’igiene, ma Thomas Neumann ha sempre più l’acquolina in bocca per il locale.
Non avendo un’assicurazione sanitaria (capito il paese del welfare), il nostro non può permettersi di farsi operare la sua ernia e quindi si affida alle cure di una fisioterapista, naturalmente molto carina Anna (Dorka Gryllus), ma i dolori non passano e, ormai Zinos si trascina come uno storpio.
Ora gli affari vanno bene e, il protagonista, decide di lasciare il ristorante in gestione al fratello, nel frattempo innamorato di Lucia la cameriera e con la testa apparentemente a posto, e di raggiungere la fidanzata in Cina. Ora però lei tergiversa, parla di una trasferta nel Tibet, insomma diventa misteriosa e riluttante. Zinos decide di partire lo stesso, ma all’aeroporto la incontra; lui parte, lei torna per i funerali della nonna e non è sola. Ad accompagnarla c’è un simpatico cinesino.
Trascinandosi ormai sempre più malandato, lui cerca di vederla, ma lei ormai non risponde più.
Il fratello, intanto, diventato legalmente amministratore unico del ristorante, lo perde a carte, ovviamente giocando con l’amico immobiliarista bastardo.
Il dramma si compie in tutta la sua crudezza. Niente più Soul Kitchen, niente più fidanzata, ma tantissimo mal di schiena.
Il finale riserverà qualche sorpresa, tutto sommato divertente.
Il film però è molto lento e, in alcuni tratti, si ferma proprio del tutto. Venti minuti si potrebbero tranquillamente tagliare. Gli attori, alcuni noti, sono piuttosto modesti, anche perché il regista li tiene a briglie strette.
La colonna sonora, di cui il film non lesina, è assolutamente notevole.

sabato 24 aprile 2010

Ho visto Happy Family


Pirandelliano film di Gabriele Salvatores.
All'inizio della storia si presenta Ezio (Fabio De Luigi), sceneggiatore a tempo perso, che decide di scrivere un film e inizia a tratteggiare i personaggi senza, per altro aver ben presente lo sviluppo della trama. La storia ruota attorno a due famiglie, unite fortunosamente dalla intenzione dei due figli sedicenni, Filippo e Marta (Gianmaria Biancuzzi e Alice Croci) di sposarsi. La famiglia di Filippo appartenente alla ricca borghesia milanese. Il padre (un bravissimo Fabrizio Bentivoglio) avvocato ricco e di successo che scopre di avere un tumore e decide di non dire nulla alla moglie (Margherita Buy), donna taciturna e rassegnata. C'è anche Caterina (Valeria Bilello) la figlia più grande, bella e problematica.
La famiglia di Marta invece tratteggia, in modo quasi caricaturale, l'antitesi. Il padre (Diego Abatantuono, perfettamente a suo agio nella parte) è un uomo che ha fatto un po' di tutto nella vita e che ora vive trasferendo barche a vela di lusso in giro per il mondo. La sua preoccupazione maggiore, che attraversa tutto il film, è quella di trovare un po' di fumo per farsi qualche canna. La madre (brava Carla Signoris) è il personaggio meno inquadrabile, dedita all'alcol, sembra vivere in un mondo tutto suo.
I vari protagonisti non solo interagiscono fra loro, ma anche con Ezio l'autore che, ad un certo punto del film, si sdoppia ed entra anche lui nella trama quasi a voler controllare di persona cosa combinano il suoi personaggi.
Qui la storia diventa più divertente e si muove seguendo i tempi creativi di Ezio, rallentando e accelerando fino ad un momento di crisi che lascia tutti senza finale. Saranno i protagonisti a questo punto che usciranno dalla trama per pretendere un finale degno per tutti loro.
I personaggi, teatrali nella loro essenza pirandelliana, cercano quasi di usare il film per poter abbandonare, o perlomeno cambiare, i propri ruoli, lasciando lo schematismo geometrico che li imprigiona per poter essere qualcosa d'altro. Soltanto il finale, preteso, renderà loro quella umanità che stanno cercando.
Un bel film, diretto con grande attenzione e fotografato splendidamente da Italo Petriccione. Novanta minuti senza cali di ritmo.
Ci si può commuovere di fronte alle immagini di Milano in bianco e nero che si srotolano sulle note di Chopin.

sabato 3 aprile 2010

Ho visto Il Piccolo Nicolas e i Suoi Genitori


Laurent Tirard regala un ora e mezza di sorrisi e risate genuine, portando sullo schermo un personaggio che René Goscinny creò nel 1959, scrivendo una serie di racconti umoristici divenuti famosi in Francia.
Il piccolo Nicolas di otto anni (Maxime Godart) vive la sua infanzia in un sobborgo di Parigi negli anni cinquanta. In realtà il luogo ed il tempo non hanno nessuna importanza, ma sono unicamente presi a pretesto per dare una ambientazione alla storia. La vita di Nicolas ruota attorno a pochi elementi, la scuola, con i suoi compagni, la maestra, il bidello e il preside; e la famiglia con il padre (il divertente Kad Mérad) e la madre (Valérie Lemercier).
Travisando alcune frasi dette dai genitori, che in realtà stanno parlando dell'organizzazione di una cena, e complice la sua fervida immaginazione, Nicolas si convince che presto avrà un fratellino e che, per questa ragione, i genitori lo scacceranno di casa per far posto al nuovo arrivato. Con l'aiuto di alcuni compagni di scuola, un bel campionario di macchiette, decide di far rapire il nascituro da un, non meglio identificato gangster, che dovrà essere ingaggiato per l'occasione. Fra i compagni di scuola di Nicolas c'è di tutto:il bambino ricco, il golosone alla perenne ricerca di cibo, l'entusiasta, il duro e, naturalmente, il somaro della classe. Per assoldare il rapitore, che in questa fiera degli equivoci non poteva che essere un meccanico convinto di dover rimuovere una automobile, ci vogliono addirittura cinquecento franchi. Raggranellare i soldi non è facile quindi si attiva un divertente brain storming fra i componenti della banda per escogitare un modo per guadagnarli.
Intanto, la famosa cena, viene organizzata e gli ospiti, sono niente meno che il capo del padre e la sua consorte. La serata deve servire a fare buona impressione sul datore di lavoro in vista di una possibile promozione. La madre, stressatissima per la buona riuscita dell'evento, si concede qualche bicchiere di troppo e, la cena diventa un disastro. Un disastro divertentissimo.
Una storia semplice, fresca e divertente, rara nel cinema di oggi. Ci si diverte candidamente, tornando bambini per novanta minuti. Il mondo di Nicolas non esiste e non è mai esistito, è uno di quei luoghi che solo il cinema può rendere reali.

sabato 27 marzo 2010

Ho visto Mine Vaganti


Il film di Ferzan Ozpetek è bello.
Puglia, una famiglia alto borghese, è proprietaria, con un socio, di una fabbrica di pasta. Il padre (bravissimo Ennio Fantastichini) richiama il figlio minore Tommaso (un ingessato Riccardo Scamarcio) da Roma per effettuare il passaggio della società dalle sue mani a quelle dei due figli maschi, Tommaso appunto e Antonio (bravo Alessandro Preziosi).
Tommaso torna così, dopo anni di facoltà di economia e commercio e una laurea, a ricalarsi nei ruoli che sono stabiliti per ognuno dei componenti di questa classica famiglia del sud Italia.
Durante una prima visita alla fabbrica, approfitta di trovarsi solo con il fratello maggiore per confessare che: uno, non si è mai laureato in economia e commercio, ma in lettere; due, non gli interessa nulla della pasta, ma desidera scrivere, anzi ha già mandato un suo primo romanzo da un editore; tre, è omosessuale. Non solo, vuole raccontare tutto alla famiglia durante la cena che festeggerà il passaggio dell'azienda.
Anche il resto della famiglia, comunque, non scherza in fatto di sotterfugi. Il padre ha un'amante, e la moglie (Lunetta Savino) lo sa benissimo. La sorella più piccola è sposata e ha due figlie, ma è evidente che desidererebbe altro dalla vita. La zia Luciana, zitella, ma ancora piacente (bravissima Elena Sofia Ricci) sogna una vita lontano, magari a Londra dove era stata da giovane, e riceve i suoi amanti la notte, di nascosto, facendoli entrare dalla finestra. Poi c'è la nonna (grande Ilaria Occhini!), fondatrice della fabbrica di pasta, che ha passato la propria vita innamorata segretamente del fratello del marito.
Arriva la famosa cena a cui partecipano anche il socio e sua figlia Alba (bella e brava Nicole Grimaudo). Quando Tommaso chiede la parola, il fratello Antonio lo precede e confessa, davanti l'incredulità prima, l'imbarazzo durante e l'ira del padre poi, di essere omosessuale. Tommaso resta di sale, avrebbe dovuto essere lui l'omosessuale di famiglia, e invece c'è anche il fratello.
Il padre ha un infarto e viene ricoverato all'ospedale, Antonio scacciato, se ne va di casa, tutti sono sconvolti, tranne la nonna che aveva capito tutto, e tutta la responsabilità dell'azienda piomba sulle spalle di Tommaso che decide di non dire nulla di sé per non ammazzare definitivamente il padre. Bello scherzetto, ma il bel Scamarcio non fa una piega e si barcamena fra un fidanzato che, da Roma, lo reclama, la gestione della fabbrica di cui non capisce nulla e la costante vicinanza di Alba che sembra ridestare in lui pulsioni piuttosto etero. L'arrivo improvviso degli amici gay da Roma, fra cui il fidanzato, fanno però tornare presto Tommaso sui suoi binari, con relativi occhioni lucidi di Alba.
Il film continua mostrando la famiglia, da sempre ricoperta dalle spesse coltri di perbenismo borghese, che non cambia atteggiameto come ci si sarebbe aspettato di fronte agli accadimenti, ma che cerca di digerirli fino al bel finale liberatorio per tutti.
Davvero un ottimo film, magistralmente diretto, con alcuni bravissimi attori, una bella fotografia e una lunghezza e un ritmo accettabili.
Rimane il mistero di Scamarcio che non ha mai cambiato espressione per tutta la durata del film, nè di fronte alle avances di Alba nè di fronte ai baci del fidanzato.

venerdì 26 marzo 2010

Ho visto Julie & Julia


Film dal forte profumo di cipolla, diretto e prodotto da Nora Ephron.
La storia vera di Julie Powell e Julia Child.
Anno 2002, Julie Powell (Amy Adams), dipendente pubblica, dal lavoro monotono e stressante, appena trasferita nel quartiere di Queens, in una New York post 11 settembre, con il fidanzato (Chris Messina), cerca ma non trova uno scopo nella vita.
Anno 1949, Julia Child (fantastica Meryl Streep), appena trasferita a Parigi con l'innamoratissimo marito (bravo Stanley Tucci) incaricato culturale all'ambasciata americana, cerca ma non trova uno scopo nella vita.
La seconda, dopo varie esperienze fallimentari come stilista di cappellini e giocatrice di bridge, si dedica anima e corpo alla cucina francese, mangiandola prima e cucinandola poi, arrivando, in fine, a scrivere un libro di ricette famosissimo in america. Un manuale di cucina francese per casalinghe americane.
La giovane Julie invece, promettente scrittrice ai tempi dell'università, decide, più modestamente di aprire un blog in cui racconterà l'esperienza di cucinare tutte le 524 ricette di Julia Child, pubblicate sul famoso libro.
Il film procede su due binari, da una parte Julia Child, che si butta a capofitto nello studio della haute cuisine con straripante spirito americano, che Meryl Streep interpreta magistralmente. Dall'altra Julie Powell, che affronta il suo progetto con la determinazione, meno esagitata ma ugualmente americana.
I tempi sono diversi, il senatore McCarthy e la sua campagna anticomunista imperversa nella vita dell'America e di Julia Child, costringendo il marito a sottoporsi ad una specie di processo da cui verrà assolto, e lei a continui spostamenti, seguendo i, di lui, trasferimenti nelle varie ambasciate europee.
A Julie va apparentemente meglio. Non ci sono persecuzioni in atto e le ansie sono quasi esclusivamente private, generate da una sensazione di inadeguatezza e dalle incomprensioni con il compagno.
Le ricette e i pranzi si susseguono rimbalzando degli anni sessanta ai giorni nostri. I problemi redazionali legati al libro di cucina di Julia ed al blog di Julie, si accavallano, ma alla fine il libro verrà pubblicato e il blog avrà un successo tale che le proposte di pubblicazione pioveranno anche sulla angusta cucina di Julie, finalmente riconciliata con il suo compagno (decisamente un santo).
Le due protagoniste non si incontreranno mai, nonostante Julia sia ancora in vita quando Julie scrive il suo blog; o meglio, non si incontreranno mai dal vivo perchè, attraverso aragoste bollite e anatre ripiene, la presenza di Julia nella vita di Julie ci sarà eccome, diventando la musa che le cambierà la vita.
La cucina, la buona cucina, e l'amore vincono su tutto o quasi.
Il film è godibile e divertente. I protagonisti sono tutti all'altezza si sedere alla corte di Meryl Streep. La lunghezza, nonostante si tratti di 123 minuti, è sopportabile.
L'ultima scena è girata allo Smithsonian Institution dove è esposta la ricostruzione della cucina di Julia Child.

sabato 13 marzo 2010

Ho visto Shutter Island


Film di Martin Scorsese di cui possiamo benissimo fare a meno.
Teddy Daniels, un fin troppo drammatico Leonardo DiCaprio, è un agente federale, spedito su di un isola impervia e battuta dalle tempeste, nel golfo di Boston, dove si trova un manicomio criminale. La sua missione è ritrovare una paziente accusata di aver annegato i suoi tre figli, sparita dalla cella dove era rinchiusa. E' accompagnato dal suo collega Chuck Aule, un bravo Mark Ruffalo, per dargli manforte nelle indagini. Il primo approccio con l'isola è dei più spaventevoli, atmosfere cupe e fredde, un tornado in avvicinamento, la palpabile ostilità delle guardie e degli inservienti. Di matti, in effetti, se ne vedono pochi in giro, sembra che le guardie e gli infermieri siano quasi gli unici protagonisti della vita sull'isola.
La partenza è un classico. Sospetto negli sguardi, poca collaborazione da parte del personale e l'incontro con i medici responsabili, Ben Kingsley, bravo, e uno stanco Max von Sydow, omertosi e sfuggenti. Il nostro agente comincia ad indagare, la donna sembra sparita nel nulla, nessuna traccia, nessun indizio. Del resto siamo su di un isola e da qualche parte deve essere.
Cominciano però per il buon Teddy anche tutta una vasta gamma di visioni, sogni, allucinazioni. Riappare sua moglie morta che comincia a parlare con lui, dicendogli cosa fare e cosa cercare. Nel manicomio dovrebbe anche essere rinchiuso un piromane che, secondo il racconto di Teddy a Chuck, avrebbe appiccato l'incendio in cui è morta sua moglie. Rispuntano i ricordi del suo arrivo al campo di concentramento di Dacau e della sua disperazione di fronte alle montagne di cadaveri.
La ricerca della paziente scomparsa si interrompe quando la donna salta fuori dal nulla senza nessuna risposta alle domande: Dove ti sei nascosta? Come hai fatto a sopravvivere per tre giorni senza neanche le scarpe?
Questo è il momento in cui il film abbandona il binario del giallo per finire nel bianrio morto di un surreale thriller fantasioso. I ricordi, i sogni, le allucinazioni cominciano a fondersi fra loro creando una specie di giro turistico nei meandri della mente del protagonista. I personaggi reali si fondono con quelli fantastici, la storia del protagonista non è proprio quella raccontata fino a questo momento, ma non è neanche del tutto diversa. Insomma, tutto è il contrario di tutto, la realtà è sogno, come direbbe Calderon, e il povero spettatore è costretto ad una faticosissima concentrazione per non perdere il filo, oppure ad una bella ronfata, cercando di non disturbare i vicini.
La storia così si trascina, sbadigliosamente, fino al finale che forse vorrebbe essere sorprendente, ma che provoca soltanto un benvenuto senso di liberazione.
Film dai toni che ricordano i bei noir hollywoodiani degli anni cinquanta, ma dalla sceneggiatura che è meglio non ricordare. DiCaprio che svetta per lirismo esagerato su gli altri attori assolutamente casuali sull'isola dei misteri.
I troppo pochi, matti criminali, nelle rare scene dove se ne incontra uno, sono gli unici a dare un brivido allo spettatore.

venerdì 5 marzo 2010

Ho visto Mar Nero


Primo lungo metraggio di Federico Bondi.
Angela è una ragazza romena che viene in Italia, in una Firenze grigia e nuvolosa, a lavorare come badante per recimolare un po' di soldi per poter avere un figlio, lasciando in Romania suo marito. Gemma è l'anziana che deve accudire. Una donna che i frequenti e terrbili dolori rendono dura e irascibile, scontrosa e prepotente. I primi approcci fra loro sono, come si può ben immaginare, estremamente difficili. Le due donne vivono le loro solitudini in un modesto e piccolo appartamento. Angela lontana da casa, dal marito, dalla sua lingua e Gemma che fatica ad accettare la sua condizione di dipendenza da qulcun'altro.
L'economia del film rende necessario che ad un certo punto gli spigoli si smussino e che si verifichi un avvicinamento fra le due. Angela, pian piano, comincia ad ambientarsi e Gemma si arrende all'evidenza della sua condizione.
Entra qui il fattore che ci porterà al finale. Angela non riesce più a mettersi in contatto con il marito che non risponde più alle telefonate. La lontananza rende tutto insopportabile per la pur forte Angela, che decide ritornare in Romania a cercarlo. Gemma sembra capire il travaglio tremendo che la ragazza sta passando e decide di accompagnarla, lei donna anziana malata e dolorante in un paese assolutamente alieno.
Una storia comune nell'Italia dei nostri giorni. Una storia di emarginazione, gli anziani e gli immigrati, raccontata lucidamente, senza enfasi e pietismi.
Un film onesto dove spicca l'interpretazione di Ilaria Occhini, asciutta e mai ridondante.
Il finale ci trascina in una terra desolata, di poche parole, in cui le cose non appaiono ma sono.

lunedì 1 marzo 2010

Ho visto Invictus


Ultimo film del maestro Clint Eastwood.
Un film bello. Bella sceneggiatura, belle musiche, bella fotografia. Schiacciante bravura di Morgan Freeman e Matt Damon.
La storia è nota. Nelson Mandela, dopo 27 anni di prigionia, viene liberato e diventa presidente della Repubbica del Sudafrica. Grandi cambiamenti investono la nazione che ha fatto dell'apartheid il suo fondamento. Mandela, che la sa lunga in fatto di sofferenza, spiazza tutti, bianchi e neri, avviando una politica di riconciliazione e perdono che nessuno si aspettava. I neri si aspettavano la vendetta, mentre i bianchi pure.
La riconciliazione naturalmente è cosa vasta e difficile, Clint sceglie di mostrare quella che passa attraverso il rugby. Sport nazionale degli afrikaner (sudafricani bianchi) per questo odiato dalla popolazione nera. Il traguardo che Mandela si prefigge è arduo, oltretutto perchè dopo anni di embargo sportivo, gli Springboks (soprannome della squadra), non ha più avuto modo di confrontarsi con altre squadre internazionali. Nel 1995 il Sudafrica ospita i campionati del modo, quale occasione più ghiotta per realizzare il sogno di Mandela se non vincerli!
La trama si srotola tra momenti di grande intesità e momenti più leggeri ed euforici sapientemente dosati dal regista che, nonostante l'occasione faccia l'uomo ladro, non scade mai nel patetico o nel troppo retorico. Il rugby poi si presta come nient'altro, a rappresentare i valori di impegno e sacrificio necessari per dare alla storia il respiro di commovente grandezza che, forse nella realtà della vicenda non c'è stato.
Clint Eastwood è bravissimo a riprendere le fasi di gioco dove il gesto sportivo trascende l'eroismo senza però mai esagerare. Il risultato è un film potente ed esteticamente perfetto, così poco hollywoodiano che fa piacere. Lungo il giusto (magari un 10 minuti meno non sarebbe stato male).
Morgan Freeman è Nelson Mandela, ne ha studiato movenze ed espressioni, è diventato suo amico, è bravissimo, più di così... è assolutamente da Oscar.
Matt Damon, che intrpreta il capitano della squadra, è altrettanto bravo. Carismatico e appassionato, sta davanti al cambiamento radicale del suo paese con stupore, ma anche con la certezza che tutto questo sia necessario. Commovente la sua vistia a Robben Island, la prigione dove Mandela restò per 27 anni.
Un bel film.